Bonfanti Luca

Biografia
Luca Bonfanti è nato a Desio (MB) nel 1973, pittore, scultore, fotografo, musicista e designer
ha mosso i suoi primi passi nel mondo dell’arte lontano dal contesto accademico o dalle elite del sistema dell’arte. Ha iniziato giovanissimo assecondando il naturale e irrefrenabile desiderio di poter esprimere liberamente i propri sentimenti e pensieri attraverso la libertà di campo offertagli dall’arte. Un artista autodidatta. Come era uso un tempo, ha incominciato a bottega seguendo gli insegnamenti di alcuni maestri. L’esperienza diretta del mestiere lo ha svincolato da manierismi e accademismi, o peggio dalle mode,
focalizzando la sua attenzione sul senso di una poetica originalmente individuale. La sua intensa attività creativa e personalità, spinge la sua ricerca ad esprimersi con diversi linguaggi:
ha iniziato con la fotografia e la musica, per passare poi all’asprezza della materia nella scultura e alla delicatezza del colore dipinto con la pittura. Le sue opere (fotografiche, musicali, scultoree, pittoriche) , fanno da tramite e sono recipienti di
immedesimazioni per i sentimenti di ciascuno dei possibili osservatori. Il segno pittorico, dalla marcata vocazione e ascendenza astratte, è nel tempo maturato e ha portato
Bonfanti a trovare una predominante delicatezza in cui i cromatismi e le forme che descrivono
si alleggeriscono in atmosfere oniriche, intime e poetiche. nel 1998 Fonda la sua agenzia di pubblicità “Bimage ora Bonfanti communication” (www.bonfanticom.it) nel 2005 fonda ed è presidente per 5 anni dell’associazione artistica “Art-Lab” nel 2006 entra a far parte dell’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti “Tau Visual” nel 2007 dell’associazione International Advertising Association “IAA”. Nel 2010 entra a far parte degli artisti del “Museo della Permanente di Milano”, Nel 2011 parte il suo nuovo progetto dal titolo “Il vecchio e Il Giovane”, In collaborazione con l' Associazione Nazionale Le Mappe dei tesori d’Italia , con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, di Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero degli Affari Esteri e di Expo 2015. Questo nuovo traguardo professionale e istituzionale lo porterà in un tour in giro per l’Italia che si concluderà nel 2015 al padiglione Italia, Marocco, Repubblica ceca e Albania di Expò Milano,come uno dei massimi esponenti dell’arte Italiana e internazionale. Esponendo per i prossimi anni nei maggiori luoghi museali come ad esempio “Palazzo Reale” a Milano. (www.ilvecchioeilgiovane.com) Nel 2013 le sue opere iniziano ad essere battute dalle maggiori case d’asta italiane, ad oggi sono più di 50 quelle aggiudicate. Nel 2014 viene chiamato ad entrare a far parte degli artisti professionisti di massimo livello della società leader internazionale del settore dell’arte , Gruppo ORLER. Ha ottenuto riconoscimenti e premi in concorsi nazionali e internazionali. Oggi il Maestro ha nel suo curriculum oltre 50 personali in Italia ed all’estero. LUCA BONFANTI – titolo D.U.S. La sua “Tecnica mista” non è solo una definizione riassuntiva, ma una fedele descrizione del suo lavoro: pigmenti, vernici, cere, pastelli e gessetti, più di rado olii e acrilici. L’effetto visivo si dissocia da quello tattile. La morbida pastosità della cera lusinga l’occhio, le superfici lisce ricordano il porcellanato. La materia conserva alcune delle sue asperità, perché densa, stratificata, risultato di sovrapposizioni successive, sofferta. Gli sfondi si liquefanno in pennellate lunghe e trasversali, o impalpabilmente fumose, teatro di apparizioni impreviste. D.U.S. è il tema che da alcuni anni Bonfanti indaga: destino, uomo, solitudine. Dipinti come domande sorde, nessuna risposta a soddisfarle, solo la certezza di non sapere e la consapevolezza della necessità dell’indagine. All’inizio qualche presenza, un albero, una montagna, la luna, un’ancora di riconoscibilità a un paesaggio sempre meno fisico e sempre più onirico. Forma di una visione, incarnazione di un dubbio. Un dialogo tra terra e cielo, due luoghi e due dimensioni che si toccano, ancora senza fondersi. Ma la terra nel tempo si ritira a lembo sottile, crinale di un’esistenza via via più sospesa. Aumentano le domande e moltiplicano le incertezze. Il destino forse è segnato ma nessuno di noi lo conosce. L’uomo gioca a mosca cieca con la sua stessa vita, cammina con un foglio di via di cui non è in grado di leggere la destinazione. Bonfanti racconta l’uomo di fronte al suo destino, il sentimento di solitudine che lo pervade. Tutto è quiete e contemplazione. Scruta la mappa del cielo in cerca della luce del suo navigare, ma trova solo silenzio. Il destino del singolo sono pochi attimi di un tempo immutabile, di cui nei quadri di Luca percepiamo il suono, ingombrante, ovattato come quello di un oggetto che cade sulla sabbia. Un frammento di percorso che è tassello indispensabile del destino universale, minuscolo certo, ma non insignificante; misterioso, ma dotato di senso. Non c’è inquietudine, ma muta attesa. Quello che Bonfanti cattura è l’attimo di pausa che precede la risposta. E lo eternizza.
Nei suoi paesaggi mentali le leggi fisiche non sussistono, le coordinate spazio-temporali decadono. Questi non-luoghi sono l’altrove in cui l’uomo è essenza prima che apparenza, sostanza che appartiene all’assoluto dell’universo. Non dipinge mai uomini fatti e finiti, ma grumi di materia, nuclei amorfi sul punto di essere modellati dagli eventi, dalle esperienze, dalle occasioni. Una panoramica sull’indistinto che ha in nuce ogni identità.
Due entità contrapposte, due presenze nel vuoto di uno scenario costruito da una scarna linea di terra e una porzione di cielo. Un dualismo che recita quello dell’universo e delle sue forze. Due virgole di colore appena accennate, sottili, fragili, ma caratterizzate da una cromia che spicca sui bruni terragni, i blu intensi, i verdi ricercati e i bianchi sporchi che suolo e aria si scambiano complici. Due luci che si osservano oblique e dialogano con lo sguardo. Parole possibili e impronunciabili. Parole che solo l’anima può cogliere. È un sentire di sensi, l’empatia dell’uomo con il creato e il suo creatore. L’autore procede su un terreno scivoloso con abilità funambolica. Non sentenzia, si limita a registrare i mille quesiti che l’uomo si pone sul senso del suo essere e del suo esistere, l’interrogativo che ci sia altro al di là del tangibile. Forse il suo interlocutore non è esterno, ma semplicemente una parte di sé. E allora i suoi dipinti si risolvono in un intimo soliloquio sulle incognite dell’esistenza, sui suoi perché. Corpi al pari di masse voluminose, come pietre. Sorprendente la prospettiva in cui sono colti: sul punto di rotolare giù. Ancora una volta un’immagine catturata nell’attimo prima del suo compimento. Siamo sull’orlo del precipizio, ma non c’è caduta. Tutta la pittura di Bonfanti è giocata su una sottile armonia di equilibri precari e minimali simmetrie. È forse questa la chiave dell’esistenza. In bilico. A volte cielo e terra si confondono, dissolvendosi. Le figure galleggiano, trasformate in forme di vita primarie. Quasi una discesa nella struttura stessa della materia quindi, per scoprirne l’insondabile leggerezza. Si affaccia con un'altra angolazione alla tematica esistenziale, e ancora una volta tace soluzioni azzardate per lasciare spazio alla ricerca. Una riflessione sul mistero della vita, il caos ordinato della creazione che si fa caso, gioco di variabili. Emozionano i quadri di Luca per l’intimità in cui ci avvolgono, improvvisi spettatori di un tête-à-tête tra l’artista e il suo io più profondo. Una pittura estremamente personale dunque, in cui il carattere vivace e dinamico dell’artista sembra distendersi. Un respiro che segna una pausa, un punto e virgola tra un gesto e una parola. Una tregua, ma solo per un attimo. Il colore ha già fatto un passo avanti, all’inseguimento dei pensieri in fuga rapida. Strati e strati di materia, inizi, ripensamenti, una stesura e poi un’altra, che inevitabilmente si amalgamano. Tutto è spurio e in divenire, difficile chiudere un’opera, difficile arrivare al compimento.
Alessia Barzaghi LUCA BONFANTI - Atmosfere e intimismo del colore di Matteo Galbiati Luca Bonfanti è uno di quegli artisti che in ambito anglosassone definirebbero come self made e che noi traduciamo con la meno efficace locuzione “che si è fatto da solo”. Il giovane artista desiano ha mosso, infatti, i suoi primi passi nel mondo dell’arte lontano dal contesto accademico o dalle elite del sistema dell’arte. Ha iniziato giovanissimo assecondando il naturale e irrefrenabile desiderio di poter esprimere liberamente i propri sentimenti e pensieri attraverso la libertà di campo offertagli dall’arte. Un artista autodidatta. Come era uso un tempo, ha incominciato a bottega seguendo gli insegnamenti di alcuni maestri – fondamentale per lui la frequentazione con Pierantonio Verga – di cui ha frequentato assiduamente gli studi e che lo hanno aiutato a comprendere le esigenze e le strutturazioni interne dell’opera. L’esperienza diretta del mestiere lo ha svincolato da manierismi e accademismi, o peggio dalle mode, di cui sono spesso vittime proprio i giovani artisti focalizzando la sua attenzione sul senso di una poetica originalmente individuale. La sua personalità, spesso esuberante ed incontenibile, si è misurata con diversi linguaggi: ha iniziato con la fotografia – mai del tutto abbandonata – per passare poi all’asprezza della materia nella scultura ed approdare infine alla delicatezza del colore dipinto con la pittura, strumento che gli risulta più congeniale nell’esprimere il carico di passioni che turbinano dentro di lui. La dimensione recondita e il guardarsi nel profondo dell’animo, per poi riportare fuori il proprio sentire, diventano condivisibili esperienze per l’altrui visione attraverso la contemplazione dell’opera. Le sue immagini – fotografiche, scultoree o pittoriche – fanno quindi da tramite e sono recipienti di immedesimazioni per i sentimenti di ciascuno dei possibili osservatori. Il segno pittorico, dalla marcato vocazione e ascendenza astratte, è nel tempo maturato e ha portato Bonfanti a trovare la giusta consapevolezza e la responsabile disciplina con cui dominare il colore: se inizialmente il gesto e le tonalità erano cupi ed energici, arrivando a scalfire e corrodere la tela, gli esiti recenti della sua ricerca evidenziano una predominante delicatezza in cui i cromatismi e le forme che descrivono si alleggeriscono in atmosfere oniriche e intime. I dipinti accolgono lo sguardo senza ferirlo acutizzando il processo di immedesimazione del riguardante. Il controllo e la nuova misura del suo dipingere, lenti e accorti, hanno ammansito il suo entusiasmo nel racconto che, da ecletticamente dispersivo, si fa garbatamente efficace, aperto al piacere della scoperta di emozioni e di pensieri volutamente lasciati sotterranei o appena accennati. Luca Bonfanti rimane ancora un artista tutto da comprendere e decifrare, da leggere e vedere, un artista che, ancora nel pieno del suo tumulto creativo, saprà regalarci nuove emozioni e piacevoli sorprese. L’artista brianzolo sarà protagonista a breve di un lungo tour espositivo che, con un ciclo di mostre che lo metteranno in dialogo con la ricerca del maestro Milo, si concluderà solo nel 2014 dopo aver attraversato l’Italia in numerosi sedi espositive pubbliche e private. Un traguardo ambizioso – ma meritato – per uno che “si è fatto da solo”.
Luca Bonfanti Paesaggi dell’anima Spesso ci sono anime diverse che si agitano nei pensieri degli artisti e ne guidano prima l’idea e poi la realizzazione delle opere. Anime che, in taluni, si legano così strettamente all’eclettismo e all’umore naturale, alla dimensione più propriamente umana e sentimentale del loro esecutore, che diventano inscindibili dal suo carattere e dal suo sentire. In loro rimane sottoposta ad un controllo più accurato la dimensione intellettuale – quella che vede prevalere un freddo ragionamento e una rigida progettualità del fare – che denota, invece, il lavoro di altri. Non c’è certamente più o meno impegno in una o nell’altra via, il merito delle opere non si misura infatti secondo le scelte operate dall’artista, ma va sempre posto nella dimensione della forza espressiva che ciascuna vocazione comporta e produce nei suoi risultati e nella sua coerenza. In Luca Bonfanti prevale un eclettismo umorale che lo ha spinto da sempre a cercare proprio nell’arte il mezzo naturale col quale riuscire ad esternare e riproporre la traccia, il seme visivo, dell’urgenza del suo desiderio di dire e darsi nelle opere. In lui c’è proprio questa tensione al rendere manifesto ciò che irrompe nel profondo del suo spirito e a restituirlo nell’essenza delle sue opere. La storia di ogni artista comincia da lontano e anche la sua ha mosso i primi passi molto tempo fa, da autodidatta, formandosi secondo la vecchia scuola, con la frequentazione gli studi di artisti e lavorando con loro, apprendendo tecniche ed esperienze lontano da teorizzazioni ed accademismi che, a volte, sono sterili e portano a ripetuti manierismi. Luca Bonfanti ha sempre cercato di scrutare, e continua a perseguire questa strada, le cose nel mondo, nella realtà del loro verificarsi e questa impostazione gli ha dato modo di accostarsi a tecniche e stili diversi, ma sempre inquadrabili nel registro di quel suo eclettismo inventivo e dirompente. In questo senso gli è stata congeniale la scelta di ricorrere, all’inizio del suo percorso artistico, alla tecnica fotografica con la quale aveva a disposizione un mezzo di registrazione e modulazione di immagini che fissavano l’esattezza puntuale di attimi, luoghi e persone che, in quel momento particolare potevano conferire il senso del suo vissuto in ciascuna circostanza specifica. Matura così una fotografia quasi reportagistica, fatta d’immagini irreprensibili e formalmente corrette che gli permettono di andare, scatto dopo scatto, al cuore del suo guardare. Il carattere della sua fotografia cresce e si completa perfezionandosi anno dopo anno, soggetto dopo soggetto e in questa fase comprende l’interesse di voler restituire, nella voce della sua arte un’altra tensione. Quello che si stava delineando era l’orizzonte della sua ricerca: iniziava a cercare un’embrionale visione poetica di un paesaggio che tentasse di trascendere l’esperienza reale individuale la cui retorica, ostentata e forzata, doveva essere superata e vinta, proprio perché limitante, per svelare invece la libertà di immedesimazione e identificazione nello sguardo e nella mente dell’altro. Bonfanti rende matura la sua arte con la consapevolezza dell’apertura e della condivisione di un sentire collegiale che nell’opera mostrasse la propria forza e capacità di farsi narrazione ed esperienza. Questo profilarsi di un campo più vasto ha comportato un comprensibile smarrimento: la fotografia, che si era inquadrata come mezzo ipertrofico e avido d’immagini, paradossalmente non bastava più. La prolificazione degli scatti ha fatto emergere quell’anima attenta e poeticamente più sensibile che non si faceva bastare la compiutezza formale di una foto quale strumento adatto e bastante a contenere e inquadrare il visibile, perché sotto, rimaste quasi taciute, ribollivano ancora le tensioni vive dell’invisibile del sentire. La materia reale necessitava un’azione diretta e energica, non mediata dal limite tecnico-strumentale della macchina fotografica. Bonfanti inizia il suo nuovo percorso accostandosi alla scultura e alla pittura. Se con la prima esaurisce presto il suo interesse nella seconda trova invece il suo vero campo d’azione. Ne deriva una notevole serie di dipinti in cui il colore e le forme s’imprimono con la determinazione della ricerca e della sperimentazione del soggetto: cerca nel lavoro insistito sul colore il mezzo ora più solidamente confacente e correttamente rispondente alle sue intenzioni. I primi dipinti risentono dell’entusiasmo di questa scoperta e, in maniera troppo forzata, riflettono sulle posizioni di uno spazialismo informale il cui limite stava proprio nell’essere superato dai precedenti storici. Si rende conto della pericolosa deviazione che avrebbe potuto prendere il suo lavoro e ancora si mette in discussione non nella chiusura riflessiva delle cogitazioni meditabonde ed evasive, ma lavorando alacremente sul tessuto cromatico che per lui stava diventando l’unica strada percorribile. Giunge quindi all’ultima fase delle sue opere in cui pulisce le forme, assottiglia le linee, ingentilisce gli spigoli e distende il colore in superfici uniformi. Questo non significa che ha rinunciato alla molteplicità delle anime che ne spingono lo spirito creativo, anzi, in questo momento sintetizza tutto il suo percorso e lo proietta nella maturità del suo sviluppo. Comprende che l’energia vigorosa può risolverla con efficacia rendendola vibrazione sotterranea da scoprire. Se l’emotività istintiva era dichiarata sfacciatamente in tutta la sua prepotenza, ora quello stesso ardore rimane dominato e nella pacatezza delle stesure dirompe deflagrando nell’interiorizzazione che l’osservatore fa di ogni nuova opera. Il tempo di assimilazione si fa detonatore delle potenzialità poetiche dei dipinti e ne amplificano, con l’avvenuta elaborazione nella sensibilità dell’altro, la comprensione senza disperderne il senso in maniera rutilante. Nel controllo e nella misura del suo dipingere, che si fa lento e accorto, trova il modo corretto per ammansire l’entusiasmo del suo raccontarsi che da dispersivo – nel senso eclettico del termine – diventa sempre più garbato ed efficace nel trasmettere l’impegno e la potenza dei suoi contenuti trasferendosi all’altro che li osserva. La sua pittura approda in questi termini all’ultima sua fase, aperta alla crescita nel futuro, in cui il colore si traccia come atmosfera satura di impressioni ed esperienze in cui ogni oggetto pare sparire (o affiorare) in una monocromia sempre più emergente che lascia dissolvere, assorbendoli, i profili e i confini delle cose. Il colore, nel suo impasto e tessiture, nelle modulazioni, nei passaggi tonali e negli ispessimenti, individua il giusto gradiente col quale definire lo spazio di un paesaggio infinito. Nello spazio di questo colore che, dilatato sempre di più oltre i suoi stessi orizzonti, emergere l’irrequietezza dell’idea e dell’esistenza. Luca Bonfanti crea il paesaggio in cui far muovere e trovare i riscontri emotivi del sentire e del vedere. Un paesaggio che si fa invisibile, non perché sparisca davanti agli occhi, ma perché si vive nel profondo dell’anima. Ma questa rimane una storia che lui sa di dover
ancora scrivere.
Matteo Galbiati Febbraio 2011